Sono complicato, significa che ho più personalità?


È frequente che molte persone affermino di essere complicate. Alcune sostengono di avere più personalità. Si descrivono in un modo quando sono sole, in un altro se sono in presenza dei familiari. E ancora possono essere diverse con gli amici, il partner, il lavoro, ecc… In queste occasioni alcune persone usano termini contrastanti per descriversi, quasi come se parlassero di persone diverse. In molti casi chi parla di sé come se avesse più personalità sta commettendo alcuni errori che portano a percepirsi complicati dove invece si è esclusivamente confusi.


Personalità frammentata

Infatti chi descrive sé stesso in modo frammentato solitamente non sa bene cosa raccontare. Generalmente le persone più confuse si descrivono sulla base dei propri comportamenti, come se la loro personalità dipendesse proprio dal comportamento. Non sanno se la versione di sé che studia possa essere la stessa del sé che va in moto o del sé che esce con gli amici. Descrivono comportamenti diversi guidati dalla convinzione che alcuni comportamenti siano incompatibili e richiedono più personalità. Invece non è così.

La personalità non è definita dal comportamento messo in atto, ma dall’assetto mentale che rende più probabile agire alcuni comportamenti a discapito di altri. Esiste sempre una prospettiva singola che possa giustificare comportamenti anche molto distanti. Per spiegarli, quindi, non è necessario far riferimento a più personalità. Piuttosto è sufficiente descrivere in modo più esaustivo e completo le proprie convinzioni.

Strumenti inefficaci

L’idea di avere più personalità è prodotta dall’inefficacia degli strumenti con cui si descrive sé stessi e dalla difficoltà presente nel capire il ruolo dei propri pensieri nella vita emotiva. Infatti spesso alcune persone hanno esperienza di reazioni emotive che vivono “come se fossero autonome”. Un’emozione è la naturale e trasparente espressione dei propri pensieri. Non riconoscere l’origine di un’emozione non implica che questa provenga da chissà dove. Piuttosto rende importante fermarsi a riconoscere l’inefficacia del modo naturale e spontaneo con cui si ascolta i propri pensieri. Fermarsi ad ascoltarli in modo più ordinato permette di comprenderli senza scomodare l’idea di avere più personalità.

Disturbo dissociativo dell’identità

Clinicamente il disturbo dissociativo dell’identità è l’etichetta diagnostica che, nella cinematografia, ha inspirato il diffondersi di questo tema.

In generale vivere esperienze dissociative è profondamente diverso da quanto raccontato in opere di finzione in cui i protagonisti hanno più personalità alternative che si muovono autonomamente come in fight club. Esistono rari casi di persone con più personalità, ma sono eventualità così remote da essere quasi uniche. Generalmente un numero molto più ampio di persone vive esperienze dissociative ordinarie e comprensibili.

La dissociazione è un’evento naturale

Durante un’esperienza dissociativa la consapevolezza si può spegnere, lasciando spazio per la mente di lavorare seguendo i propri automatismi. Senza bisogno di ricorrere a situazioni particolari, basti pensare al momento frequente che molti possono aver vissuto mentre si recano in un luogo noto. Arrivano a destinazione seguendo un percorso familiare e, a volte, si accorgono di aver viaggiato distratti. Pensavano ad altro e la mente li ha portati comunque a destinazione. La mente ha lavorato in automatico. Non si tratta di una seconda personalità, ma solo di un naturale momento dissociativo.

In presenza di gravi traumi in momenti delicati dello sviluppo, possono crearsi problemi dissociativi più severi. Ma nella maggior parte dei casi si tratta prevalentemente di chiedersi se si è chiusa la porta di casa.

Lavorare sui propri strumenti

Esiste quindi una spiegazione più innocua dell’idea di avere più personalità. Quando si pensa di essere troppo complicati per essere descritti da una sola personalità, forse è opportuno fermarsi a interrogarsi sull’efficacia degli strumenti con cui si sta osservando sé stessi. Anche per questo argomento, chiedere aiuto in psicoterapia può essere il primo passo per migliorare.

Dr. Valerio Celletti