L’impotenza appresa (Learned Helplessness) e il suicidio

Quando chiedere aiuto sembra più doloroso del problema e si finisce per non cercare più aiuto

Impotenza appresa (learned helplessness) e il suicidioChiedere aiuto a volte è complicato e non è sempre utile, ma può essere un passo importante per risolvere i problemi.

A tutti è capitato di parlare di una propria difficoltà, piccola o grande, e di ricevere una serie di suggerimenti più o meno ovvi per risolverla. Questa esperienza, indipendentemente da quanto sia stata proficua, è una possibile richiesta di aiuto. A volte si desidera un consiglio o una parola di incoraggiamento. Altre volte si vuole soltanto condividere ed essere ascoltati mentre si raccontano le proprie difficoltà.

Ma in alcuni casi chiedere aiuto può diventare un’esperienza quasi impossibile.

L’impotenza appresa (learned helplessness) è un processo in cui chi è in difficoltà non chiede aiuto nonostante non riesca a risolvere il proprio problema.

Questo modo inefficace di gestire i problemi si costruisce nel tempo e può portare a numerose difficoltà. In casi estremi, non riuscire a chiedere aiuto può portare a scelte drammatiche come il suicidio o l’omicidio-suicidio.

Perché non chiedere aiuto?

I motivi per cui le persone non chiedono aiuto possono essere molteplici. Questo comportamento è sempre preceduto da un pensiero che, seguendo ragionamenti diversi, porta alla conclusione che chiedere aiuto non sia la scelta corretta.

Facendo un’inevitabile semplificazione, è possibile elencare alcuni ragionamenti che spiegano l’impotenza appresa (learned helplessness).

Non riconoscere i propri bisogni

In alcuni casi non si chiede aiuto perché non si hanno gli strumenti per formulare una domanda. Le persone che hanno difficoltà a riconoscere i propri bisogni e i propri desideri percepiscono uno stato generale di malessere, ma non riescono a definire la propria difficoltà.

riconoscere i propri bisogni protegge dall'impotenza appresa (learned helplessness) e permette di chiedere aiutoQuesta difficoltà può diventare evidente in molte situazioni. Per esempio può descrivere le persone che vengono considerate “in crisi di mezza età”. Questa generica definizione spesso sottende un’attenzione confusa verso bisogni che non sono stati ascoltati e che, quindi, non sono stati tenuti in considerazione quando si decideva della propria vita. Non sapere in che direzione muovesi può portare a comportamenti confusi, come dipendenze o tradimenti improvvisi. In modo simile, una persona affetta da disturbi alimentari spesso mente apertamente sul modo in cui si nutre, anche quando sa che le sue abitudini sono malsane. Questo succede perché quel modo di alimentarsi soddisfa delle necessità che la persona non sa riconoscere né affrontare in modo più efficace. Mentire ostacola la possibilità di essere aiutati.

Fuori dal panorama clinico, non sapere riconoscere i propri bisogni è comune a molte situazioni. Un’azienda che non investe in ricerca crede di non averne bisogno finché si trova a non essere più competitiva. Mentre una società che non promuove cultura, curandosi solo dei conti di fine anno, rischia di affollarsi di cittadini che non valorizzano il bene comune ritrovandosi ad affrontare costi sociali ingestibili.

Quando non si chiede aiuto perché non si conoscono i propri bisogni, è possibile osservare un’impotenza appresa conseguente il continuo confronto con problemi che non si riesce a definire. Si tende a usare soluzioni stereotipate e impersonali, e si finisce per non chiedere aiuto o non mettere in pratica i suggerimenti ricevuti peggiorando i problemi iniziali.

Credere di non poter mostrare la propria sofferenza

Per alcune persone mostrare il proprio dolore può essere fonte di ulteriore sofferenza. Chi si convince che l’efficacia sia un metro di valutazione valido per classificare le persone, può credere che mostrare apertamente una difficoltà nel risolvere un problema lo esponga al rischio di esser giudicato (e di giudicarsi) privo di valore. In quel caso, perdere autostima potrebbe sembrare più doloroso del convivere con un problema e con le sue conseguenze.

non poter mostrare la propria sofferenza contribuisce all'impotenza appresaLe persone che vivono il rapporto con gli altri in modo conflittuale e competitivo possono sentirsi terribilmente impotenti e, nonostante questo, scegliere di non parlarne con nessuno. In ambito clinico queste difficoltà possono portare a quadri ansiosi che contattano un servizio psicologico solo in caso di forti disturbi psicosomatici. Spesso le difficoltà psicosomatiche arrivano in psicoterapia dopo aver accuratamente svolto numerosi esami medici e non aver trovato nessun problema organico. Molte persone credono che chiedere aiuto per un problema organico sia meno dannoso per la propria autostima del chiedere aiuto per un problema emotivo.

Da un punto di vista aziendale, non poter mostrare le proprie vulnerabilità è una realtà vicina a tutte le aziende quotate in borsa. Capita che alcune aziende abbiano bisogno di modificare un prodotto fallato e che non possano farlo per evitare di perdere di credibilità con i clienti e i finanziatori. In casi opposti, alcune aziende hanno puntato proprio sull’assistenza al cliente per valorizzare il proprio brand. L’impotenza appresa è un processo che coinvolge persone e gruppi in ugual misura.

Quando si pensa di non poter mostrare la propria sofferenza, questo è conseguenza di una o più occasioni in cui esporsi è risultato peggiorare la situazione. È possibile che inizialmente questa forma di impotenza sia appresa in contesti specifici e poi venga generalizzata a situazioni più complesse e controproducenti.

Non sopportare di ricevere aiuto

In modo simile al non poter mostrare la propria sofferenza, a volte si pensa di non poter sopportare di ricevere aiuto. Nel caso del mostrare sofferenza, si teme un possibile giudizio in merito alla propria difficoltà. Invece nel caso in cui non si riesca ad accettare l’aiuto altrui, l’aiuto è percepito come intollerabile per l’asimmetria che crea verso il proprio benefattore. Il problema non è più “far sapere che ho un problema”, ma “scoprire che altri lo risolverebbero meglio di me”.

Alcune persone idealizzano la propria autostima convincendosi di esser più competenti degli altri. Questa esperienza, per quanto duratura, tende a crollare nel confronto con i primi inevitabili fallimenti di cui chiunque finisce per fare esperienza. Non essere abituati a fallire può condurre all’idea che accettare l’aiuto altrui possa essere un fallimento definitivo e irrimediabile da cui non sarebbe possibile riprendersi.

Questo approccio è presente in molti quadri clinici, tra cui quelli con tratti depressivi.

Nei gruppi, questa prospettiva è poco compatibile con i contesti aziendali volti al profitto. Diversamente, è riconoscibile nei contesti in cui l’ideologia e il senso di appartenenza sono i tratti fondanti dello stare insieme, come nello sport. Detto in modo sintetico, se una persona frequenta un gruppo per rafforzare la propria autostima, se il gruppo è meno efficace di altri è possibile che sia meglio spostarsi in altri gruppi o valutare delle alternative. Legare la propria autostima al gruppo può rendere impossibile svincolarsi, perché abbandonare sarebbe vissuto come una sconfitta ulteriore. Da qui, il possibile tentativo di rinforzare l’autostima in vari modi, come nei casi di violenza tra tifoserie.

Non sopportare di ricevere aiuto è un tratto di impotenza appresa che può nascere in esperienze molto precoci, ma tende a diventare problematico soprattutto durante il periodo adolescenziale.

Credere che nessuno possa essere d’aiuto

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Infine, un motivo frequente per cui si può arrivare all’impotenza appresa (learned helplessness) è l’idea che nessuno possa essere d’aiuto. Questo può essere dovuto al pensarsi un caso disperato e irrisolvibile, o al considerare il mondo un luogo popolato da persone incompetenti, maliziose o malintenzionate, o al pensare che il futuro sarà sempre uguale senza margine di cambiamento. In tutti i casi, questi ragionamenti sottendono l’idea che le soluzioni siano fuori dal proprio controllo.

Durante un esperimento famoso degli anni ‘60 gli scienziati sono riusciti ad osservare come potevano istruire dei soggetti all’impotenza appresa creando un’esperienza fallimentare. Alcuni soggetti venivano sottoposti a una lieve corrente elettrica senza possibilità di evitarla, imparando a rassegnarsi alla scossa. Successivamente, quando i ricercatori somministravano nuovamente lo stimolo fastidioso, i soggetti che avevano appreso un senso di impotenza non tentavano di cercare una soluzione nonostante fosse a portata di mano.

L’impotenza appresa (learned helplessness) riduce i comportamenti di esplorazione e limita la ricerca di soluzioni. In fondo, perché cercare una soluzione se si crede che nessuno possa aiutare?

Gli effetti del non chiedere aiuto

Le persone con impotenza appresa (learned helplessness) affrontano i problemi usando soluzioni inefficaci, costose, automatiche e ripetitive.

Quando un problema viene affrontato con un approccio che non lo risolve, questo viene definito “semiadattivo”. Le soluzioni semiadattive aiutano a contenere, rimandare o sopportare il problema, ma non ne risolvono la causa. Le soluzioni semiadattive permettono effetti positivi a breve termine, ma tendono a diventare controproducenti nel lungo termine.

Chi non chiede aiuto, inizialmente percepisce un certo grado di soddisfazione nelle proprie soluzioni. Successivamente capita di finire per ritrovarsi a mettere in pratica delle soluzioni che non funzionano come prima e a non capirne il motivo. Nei casi in cui le conseguenze sono più dilazionate nel tempo, spesso capita di non ricordarsi neanche più perché si è iniziato ad avere certe abitudini. Quando si sceglie un’alternativa violenta, come il suicidio o l’omicidio-suicidio, le conseguenze sono drammatiche e irrisolvibili.

Nonostante in certe condizioni si possa arrivare a pensare che siano alternative plausibili, sono scelte evidentemente sbagliate. Chi sceglie il suicidio, tende a pensare di poterne trarre un beneficio alleviando la propria sofferenza ed evitando il dolore emotivo. È evidente che nessuno abbia mai riferito di averne tratto delle conseguenze positive. E non serve sottolineare gli ovvi effetti negativi del togliersi la vita.

Quando si impara l’impotenza appresa?

A seconda del ragionamento per cui non si chiede aiuto, è più probabile averlo imparato in periodi diversi. La difficoltà a riconoscere i propri desideri spesso è appresa prima dei 6 anni. Mentre chi crede di non dover mostrare la propria sofferenza tende ad impararlo tra i 6 e i 12 anni. Infine l’adolescenza tende ad essere il periodo dove si creano idee sul proprio valore e sugli altri, e, in alcuni casi, queste idee possono risultare incompatibili con una richiesta di aiuto.

Data questa premessa, imparare un senso di impotenza non è mai la passiva conseguenza degli eventi. Chi apprende è sempre partecipe del processo di apprendimento e l’impotenza può essere appresa a ogni età. Credere che l’impotenza appresa sia una caratteristica passivamente acquisita durante uno o più eventi traumatici è un modo di pensare sintomatico dell’impotenza appresa. Alcune persone esprimono questo pensiero dicendosi “ormai sono fatto così”, “è il mio carattere” e altre affermazioni simili. Smuovere i pensieri più profondi è complesso, ma non è mai impossibile. L’unica occasione in cui non è più possibile cambiare è quando si smette di provarci.

Chi sono le persone più a rischio di impotenza appresa?

Dato che l’impotenza appresa è conseguenza di un processo attivo e dolorante del fare esperienza, tutti corrono il rischio di impararla. Da un punto di vista emotivo, questo processo diventa complicato soprattutto quando accade a persone con molte risorse.

Le persone che esperiscono più difficoltà nella vita familiare o scolastica possono esserne danneggiate imparando l’impotenza appresa. Nel caso in cui si tratti di persone con poche risorse, è probabile che il loro comportamento sia notato e arrivi all’attenzione di un servizio di sostegno. Diversamente, quando l’impotenza viene appresa da persone con più risorse, la situazione può protrarsi per molto più tempo. Per queste persone le sfide quotidiane, scolastiche e professionali non risultano eccessive. Così facendo, queste persone non hanno bisogno di chiedere aiuto per questioni pratiche ed è possibile che provino a chiedere aiuto per esigenze emotive complesse che hanno difficoltà a esprimere correttamente o che non vengono comprese adeguatamente da chi viene considerato una possibile fonte di aiuto. Di conseguenza, il processo di impotenza appresa per questioni emotive risulta molto diffuso tra le persone professionalmente di successo. Queste persone tendono ad avere un buon funzionamento professionale e sociale e, in parallelo, a sviluppare vissuti emotivamente doloranti che non sanno affrontare efficacemente e su cui hanno difficoltà a chiedere aiuto per un sostegno psicologico.

Imparare a chiedere aiuto

L’impotenza appresa non è un processo che deve essere applicato a tutto. Chi la apprende, la utilizza su argomenti specifici. Per questo motivo, imparare a chiedere aiuto non è un problema generico, ma specifico su argomenti particolari.

Generalmente le persone hanno più difficoltà a chiedere aiuto se si tratta di un argomento astratto e introspettivo. In pochi si fanno problemi a chiedere come montare un mobile, mentre è più frequente avere difficoltà a chiedere aiuto per gestire la solitudine, l’invidia, la vergogna, ecc…

Per imparare a chiedere aiuto, il primo passo è iniziare a dare dignità agli argomenti di cui si vuole parlare. Chiedere aiuto per le proprie difficoltà emotive non diventa più semplice con il tempo, ma può essere un’abitudine che si impara a mettere in atto volontariamente nonostante il costo emotivo.

chiedere aiuto senza lasciarsi scoraggiare dall'impotenza appresaPuò essere utile iniziare a farlo partendo dall’usare modalità indirette. Per esempio, scrivere una mail può essere più semplice del parlare apertamente con qualcuno.

Quando si affronta una difficoltà che non scompare dopo qualche mese, vale la pena provare a chiedere aiuto. Allo stesso modo, se lo stesso problema continua a ripetersi, vale la pena continuare a chiedere aiuto rivolgendosi anche ad altri interlocutori. Inoltre, prima di una qualunque decisione irreversibile, vale al pena provare a chiedere aiuto presso una struttura pubblica. Nel caso in cui non si sapesse a chi fare riferimento, l’assistente sociale è il professionista generalmente più radicato nel territorio. Ogni ufficio comunale ha un servizio sociale a cui è possibile chiedere informazioni.

In ogni caso, è importante che le richieste di aiuto siano espresse a parole. Gesti o azioni significative non sono mai una richiesta di aiuto efficace. I comportamenti possono essere interpretati in troppi modi. È meglio una comunicazione verbale semplice e riduttiva, piuttosto che un gesto elaborato e fraintendibile.

La promozione della capacità di chiedere aiuto come strumento per la prevenzione del suicidio e dell’omicidio-suicidio

Nei casi più estremi, l’impotenza appresa (learned helplessness) è una caratteristica comune tra le persone che arrivano a togliersi la vita. In alcuni casi ulteriormente drammatici, capita che certe persone mettano in pratica un omicidio-suicidio, colpendo prima le persone a cui sono dolorosamente legate, e poi sé stessi.

chiedere aiuto per evitare il suicidio e l'omicidio-suicidioL’omicidio-suicidio può riguardare tutti, ma è più frequente che sia perpetrato da un uomo verso una donna. Infatti, il tema del suicidio e dell’impotenza appresa non hanno caratterizzazioni di genere, ma per motivi culturali tendono a essere più frequenti nella popolazione maschile. Per capire la dimensione del fenomeno, tra le persone con età compresa tra i 15 e i 25 anni il suicidio è la seconda causa di morte tra i maschi, mentre per le femmine è la terza causa di mortalità. In entrambi i casi, è un dato drammatico.
Purtroppo la cronaca racconta spesso di persone che si suicidano o che uccidono i propri cari prima di togliersi la vita. Questi eventi, seppur drammatici, raramente nascono in modo improvviso. Di solito i fatti si consumano rapidamente, ma sottendono una sofferenza durata almeno per dei mesi e un senso di impotenza appresa radicata negli anni.

Lavorare sulla promozione della capacità di chiedere aiuto per la prevenzione del suicidio e dell’omicidio-suicidio è un impegno fondamentale sia da un punto di vista umano, sia da un punto di vista economico. Trovo che l’aspetto economico sia secondario, ma è importante considerarlo nel momento in cui gli aiuti pubblici sono veicolati principalmente da ragioni economiche. Il suicidio e l’omicidio-suicidio sono eventi che danneggiano gravemente l’economia di uno stato. È raro che coinvolgano persone economicamente indigenti, probabilmente per la distinzione fatta in precedenza tra chi ha più o meno risorse, eliminando invece cittadini che contribuiscono attivamente alla cosa pubblica.

Servizi per la prevenzione del rischio suicidario in Italia

Nel 2018, in Italia, i servizi di prevenzione del rischio suicidario sono poco sviluppati.

La soluzione principale tende ad essere il contatto telefonico. Diversi Ospedali italiani mettono a disposizione un numero di telefono da chiamare nel caso in cui si abbiano ideazioni suicidarie. Questo intervento generalmente risulta complesso e disorganizzato. Complesso, perché richiede una linea telefonica sorvegliata costantemente da un operatore adatto a interagire con una persona che minaccia il suicidio, invece la maggioranza dei numeri funzionano solo a determinati orari e non riescono a coprire le 24 ore o i festivi. Disorganizzato, perché esiste più di un numero di telefono e quindi non c’è un numero nazionale unico. Offrire alternative confuse a una persona che si sente priva di speranza non è un approccio efficace.

Ad oggi, anche se non si tratta di un servizio dedicato, il numero di telefono più efficace da contattare in caso di rischio suicidario è il 112.

Altre realtà promuovono gruppi di sostegno per i parenti delle vittime o per chi è sopravvissuto a un tentativo di suicidio. Questi progetti sono definibili di prevenzione secondaria o terziaria. La prevenzione secondaria si riferisce a un campione a rischio (i parenti delle vittime) e quella terziaria per la prevenzione delle ricadute (chi ha già tentato un suicidio).

Prevenzione primaria del rischio suicidario e dell’omicidio-suicidio

Non esiste un servizio specifico per la prevenzione primaria del rischio suicidario e dell’omicidio-suicidio. Un motivo per cui non esiste un servizio di prevenzione primaria, è perché non è ancora universalmente chiaro su cosa potrebbe essere utile intervenire per prevenire il rischio suicidario e di omicidio-suicidio. Questi eventi sono la conseguenza di numerose cause che finiscono per sommarsi in modo doloroso.

Una possibile direzione di lavoro può essere lo studio dell’impotenza appresa e il contenimento delle correnti di pensiero che la favoriscono. La promozione di un modo di pensare morbido ed efficace è tra gli obiettivi di un percorso di psicoterapia.

In caso di emergenza, è importante fare sempre riferimento al 112. Nel caso in cui si volesse chiedere aiuto per un problema su cui ci si sente impotenti, la psicoterapia può essere una risposta efficace per trovare delle soluzioni o iniziare a cercarle in modo diverso.

La psicoterapia è sicuramente una soluzione che vale la pena sperimentare senza aspettare di arrivare a situazioni drammatiche e irreversibili.

Dr. Valerio Celletti

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Scrivi al dr. Valerio Celletti, psicologo psicoterapeuta e sessuologo