Solo chi ha sofferto può capire il mio dolore?


Desiderare di essere capiti è un pensiero comune a molte persone. Quando si soffre, può capitare di pensare che solo chi ha sofferto possa capire il proprio dolore. Chi sostiene questa idea, lo può fare per diversi motivi. Però, forse, essere compresi non è l’obiettivo migliore che ci si possa dare.


Solo chi ha sofferto può capire il mio dolore?

A volte, interagendo con una persona che prova sofferenza emotiva, può capitare di sentirsi dire che “solo chi ha sofferto può capire il mio dolore”. Questa affermazione può sottendere diversi significati.

In certe occasioni, dire che “solo chi ha sofferto può capire il mio dolore” viene utilizzato per intendere che solo una persona che ha vissuto un’esperienza simile può comprendere chi la sta vivendo, perché ci è già passata.

In altri casi, questa affermazione può lasciare intendere che per comprendere il dolore serva una persona con una sensibilità sviluppata e che il modo migliore per sviluppare la sensibilità sia vivere esperienze di sofferenza.

Infine, la frase “solo chi ha sofferto può capire il mio dolore” può essere usata per sostenere che nessuno oltre al protagonista di una vicenda possa cogliere fino in fondo il senso e l’estensione della sofferenza altrui.

È possibile che chi usa questa frase possa intendere anche altro, ma provo a limitare la riflessione a queste 3 affermazioni. Sono tutte e 3 controverse e, forse, poco utili.

Solo chi ha vissuto un’esperienza simile può capire?

Nella prima delle possibili interpretazioni, si ipotizza la possibilità che vivere un’esperienza dolorosa possa offrire gli strumenti per comprendere il dolore altrui. Però è possibile che questa affermazione contenga un presupposto discutibile. La sofferenza emotiva non è un’esperienza oggettiva, ma soggettiva. Di conseguenza, anche vivendo la stessa esperienza, è probabile che la maggior parte delle persone la vivano con intensità e durata diverse. Su certi temi è possibile che il comportamento e il pensiero sottostante a due persone diverse che soffrono per argomenti simili possa avere molti punti di contatto, ma le due sofferenze non saranno mai identiche né saranno mai innescate da un pensiero identico.

È possibile che interagire con persone che hanno sofferto possa permettere di sentirsi accolti e compresi, ma questo non significa necessariamente che stiano davvero comprendendo la sofferenza attuale. Chi ha sofferto per qualche esperienza passata tende a vivere spontaneamente con sofferenza ogni contatto con argomenti che richiamano il proprio dolore. Quindi, interagire con una persona che soffre per un argomento simile a quello che si è vissuto in passato spesso innesca nuovamente la sofferenza passata. Di conseguenza, chi si mostra sofferente per un tema doloroso altrui, generalmente non sta comprendendo il dolore attuale, ma sta lasciando riaffiorare una parte della propria sofferenza passata. Probabilmente non è propriamente comprensione, ma, piuttosto, condivisione.

Rispettare il dolore altrui

Di solito, sentirsi compresi da una persona che in passato ha sofferto per qualcosa di simile tende ad essere la conseguenza di un fraintendimento. L’altra persona non comprende il dolore altrui, ma, piuttosto, lo rispetta. Per rispettare il dolore altrui non è necessario averne vissuto uno simile. Ma aver vissuto esperienze dolorose può favorire l’essere rispettosi verso la sofferenza altrui. A volte, in modo controproducente, rivivere la propria sofferenza non rende rispettosi, ma, anzi, aggressivi. Può capitare che una persona che riviva per l’ennesima volta una sofferenza passata possa comportarsi in modo ostile verso chi può sembrare abbia rievocato una ferita che sperava si fosse chiusa o verso chi sembra sofferente per qualcosa che, invece, non sembra paragonabile alla propria sofferenza.

Solo chi ha sofferto è sensibile e può capire?

Nella seconda delle possibili interpretazioni, può capitare di pensare che la sensibilità sia il prodotto della sofferenza. In questo senso, chi ritiene che la sensibilità sia una qualità ad appannaggio di chi ha sofferto, sta ipotizzando un procedimento per costruire sensibilità.

L’idea che “solo chi ha sofferto è sensibile” sottende l’idea che la sensibilità sia un’abilità che è possibile allenare attraversando le difficoltà. Per aspera ad astra. Se è probabile che effettivamente la sensibilità sia un’abilità che è possibile allenare, non è chiaro per quale motivo la sofferenza debba essere il contesto migliore per allenare la sensibilità.

Quando le persone soffrono, la sofferenza tende ad influenzare il loro modo di ragionare. Spesso può capitare che una persona che soffre inizi a ragionare diversamente da quello solito. Se interrogato in un secondo momento, può capitare che chi soffriva abbia difficoltà a riconoscersi nei pensieri che lo caratterizzavano durante il momento di sofferenza. Questa esperienza tendenzialmente è dovuta al modo in cui le emozioni influenzano i ragionamenti. Emozioni intense e dolorose tendono a rendere i pensieri confusi e poco funzionali. Ma fare esperienza significa comprendere ed ampliare le proprie possibilità, comprendendo e riconoscendosi nel proprio modo di ragionare.

Quindi come è possibile che si sia diffusa l’idea che le difficoltà aiutino ad allenare la sofferenza?

Probabilmente perché la sofferenza è un’occasione confusionaria e poco efficace in cui porre attenzione a qualcosa a cui, altrimenti, non si porrebbe attenzione. In questo senso, aver sofferto relativamente a un argomento può spingere a dare importanza a quell’argomento, e dargli importanza può contribuire a rendere sensibili rispetto a tutto quello che lo riguarda. Quindi non si tratta di sensibilità intesa come comprensione delle emozioni altrui, ma piuttosto di sensibilità come attenzione verso un argomento altrimenti spesso sottovalutato.

Dedicare impegno, tempo ed attenzioni è un a modalità efficace per costruire sensibilità verso un argomento. Riuscire a porvi attenzione quando si è lucidi e non sofferenti è la modalità preferenziale. Porvi attenzione durante un momento di sofferenza personale può favorire comunque un certo grado di sensibilità, ma è altrettanto possibile che produca soprattutto un ampio grado di vulnerabilità.

Nessuno può capire il mio dolore?

Letta in termini assoluti, è possibile che la frase “solo chi ha sofferto può capire il mio dolore” si riferisca all’idea che nessuno può comprendere il dolore altrui. Questo pensiero, per quanto è assoluto, è possibile che sia indimostrabile anche nel caso in cui fosse reale.

Piuttosto che interrogarsi sull’eventualità che sia impossibile comprendere il dolore altrui, forse potrebbe essere utile soffermarsi sul fatto che forse non serva necessariamente che qualcun altro comprenda fino in fondo il proprio dolore. Se qualcuno rispetta il dolore di chi soffre, riesce ad esservi attento e a dare spazio di condivisione e conforto alla persona che sta provando sofferenza, trovando anche una modalità per aiutarla, forse potrebbe essere sufficientemente utile.

Per esempio nella psicoterapia, che è il contesto d’elezione in cui lavorare sulla sofferenza emotiva, lo psicoterapeuta non è la persona che conosce tutte le possibili sofferenze umane o che ha vissuto tutte le sofferenze altrui. Nonostante questo, la psicoterapia può essere il contesto adatto per confrontarsi con un professionista che sappia accogliere e rispettare il dolore emotivo, dargli attenzione, offrire uno spazio di condivisione e aiutare ad imparare a prendersi cura della propria emotività.

Non è impossibile che qualcuno comprenda davvero il proprio dolore, ma, forse, potrebbe essere utile spendere la maggior parte delle proprie energie nell’essere i primi a comprendere efficacemente il proprio dolore. Se pensiamo di averlo compreso a fondo, comprenderlo probabilmente implica anche avere idea di come modificarlo, alleviandolo. Nel caso in cui non si riuscisse a star meglio, piuttosto che insistere nel chiedere comprensione potrebbe essere utile chiedere aiuto nel comprendere la propria sofferenza. È utile richiedere rispetto, attenzione, condivisione ed aiuto. Perché chiedere aiuto è il primo passo per migliorare.

Dr. Valerio Celletti

Studio di psicoterapia e sessuologia Dr. Valerio Celletti

Chiedere aiuto è il primo passo per migliorare

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1 commento
  1. Valerio Celletti
    Valerio Celletti dice:

    Essere compresi è piacevole e spesso desiderabile, ma non è necessariamente fondamentale. Esistono anche altre strade per sentirsi collegati alle altre persone. Può valere la pena di esplorarle.

    Rispondi

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